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Sabato 23 Agosto 2008 21:59
 

Dopo 63 anni dalla sua nascita nel 1945,dopo le macerie della seconda guerra mondiale, le finalità educative dell’Unesco, alla luce delle sue stesse statistiche sull’analfabetismo nel mondo, sono completamente fallite. Infatti l’ideale irenico che la vide nascere fondava sui cuori l’educazione degli uomini alla pace. L’Unesco si è trasformata in una costosa e corporativa burocrazia, caratterizzata da privilegi, linguaggi formali inutili e ripetuti come una liturgia da viaggiatori e formalisti di questioni e procedure.

Hanno spento l’entusiasmo degli educatori ed apostoli che soli potrebbero rinverdire le sementi delle origini. Una burocrazia quella unescana che si perpetua anche con la gestione di “progetti” altisonanti preparati dagli stessi burocrati in pensione. In quest’ottica le ONG hanno prolificato, spesso con finalità e personale in contrasto con le finalità etiche e culturali dell’Unesco. Esse sempre più protendono spazio d’azione e sono favorite nel gestire denaro che gli Stati membri destinano all’Unesco per autoalimentare persone e organizzazioni ad esse referenti, espressione di una carità pelosa, non disinteressata, come dovrebbe essere una organizzazione internazionale creata per educare tramite la cultura. Non meraviglia quindi che la stessa rappresentanza degli Stati membri dell’Unesco sia assolta da persone del rango di ambasciatori con le spese connesse, per i singoli Stati, per mantenere le ambasciate di riferimento. Non fu sempre così. All’inizio si chiamarono letterati, artisti, scienziati, maestri, a rappresentare la cultura degli Stati membri. Il nostro rappresentante Buzzati Traverso si accorse dell’assalto alle prestigiose destinazioni che “gli ambasciatori” intendevano conquistare. Lo status della rappresentanza anche di stati poverissimi è preteso ed effettuato, persino con scandalose misure delle macchine di rappresentanza. In quest’ottica è da considerare il proliferare di sedi periferiche della stessa organizzazione unescana. Il tentativo di caratterizzare ad esempio l’Ufficio internazionale dell’educazione di Ginevra come centro informatico aggiornato, posto a disposizione   di tutti gli Stati membri, per quanto riguarda la loro realtà educativa, amministrativa, legislativa, culturale, nelle sue caratteristiche espressioni e diversità, non si è potuto realizzare perché richiederebbe lavoro, precisione, responsabilità, chiarezza concettuale. A che serve allora l’Unesco? Perché non aprire un dibattito sulle luci (che pur vi sono, ma non nel campo dell’educazione) e sulle sue ombre, sulla politicizzazione e spesso corruzione di persone e Stati non democratici, sul fatto della distruzione di libri di storia per ampliare spazi per burocrati, sull’assenza di comparazione di culture traverso i loro cultori? In qual modo in un mondo globalizzato l’Unesco potrebbe assolvere la funzione per la quale nacque?

L’Unesco, a mio avviso, ha tradito il giuramento che solennemente fece a Jomtien nel 2000 per l’educazione di base per tutti sin dalla prima infanzia. In quel contesto “educazione di base”, significava la trasformazione dell’azione educativa di aiuto alla sopravvivenza, con la ricerca delle condizioni del vivere, con la collaborazione di tutte le Agenzie dell’ONU, della Banca mondiale, dell’OMS, dell’aiuto da dare ai singoli Stati per predisporre programmi, sul posto, che avrebbero ottenuto i sovvenzionamenti internazionali. Si trattava di adattarsi a programmi educativi non formali per rispondere ai bisogni reali delle popolazioni in difficoltà. Bisognava che i burocrati lasciassero le sedi di Parigi, New York, Ginevra, ecc. per predisporre questi programmi con le realtà delle concrete situazioni. Ma chi glielo faceva fare? Era meglio restare a godere la situazione di privilegio in città europee che spostarsi in zone arretrate per aiutare, a formulare sul posto, i bisogni primari di base, come fare? Semplice: dimenticare Jomtien ed interpretare la parola “educazione di base” come fase scolastica curricolare burocratica. La scuola come struttura, anziché la vita come scuola, per conoscere come nutrirsi, bere, crescere. Primum vivere, deide philosophari.

Con ciò che costa, può l’Umanità consentire all’Unesco di sopravvivere a sé stesso?

Una esigenza preliminare è la chiarezza del bilancio di spesa, con le voci non generiche ma specifiche. Un dibattito culturale s’impone prima che l’Unesco continui ad essere ambita preda di persone ed organizzazioni di pochi scrupoli.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 08 Ottobre 2008 21:29 )
 
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